Ottone Rosai

  • San Gimignano rosai,San Gimignano,1952,50x70

    Tecnica: olio su tela Dimensioni:  50 x 70 cm Anno: 1952

 

I quadri di Ottone Rosai vedono spesso protagonisti umili e pacifici popolani, colti in atteggiamenti quotidiani. Essi, posti nel contesto della pittura italiana del ventennio, e quindi spesso ricollegati ad una maniera di regime, in realtà nascondono un’intima contraddizione: sono infatti la risposta mite e pacifista all’eroica e dannunziana energia vitale inneggiata dai Futuristi.

Negli anni trenta il disagio esistenziale di Rosai lo conduce a vivere in luoghi isolati, lontani dalla comunità, e la sua pittura si carica di collera e di pessimismo; i suoi autoritratti delineano una figura di artista tormentato e dolente, ma nel 1932 arriva la sua consacrazione a pittore di primo livello con una personale a Palazzo Ferroni nella sua città. Fanno seguito numerose altre esposizioni in altre città, fra cui Milano, Roma, Venezia.

Nel 1939 viene nominato professore di figura disegnata al Liceo Artistico, e nel 1942 gli viene assegnata la cattedra di pittura all’Accademia di Firenze.

Dopo l’8 settembre 1943, Rosai viene fatto oggetto di una brutale aggressione, questa volta da parte degli antifascisti che vedono in lui un sostenitore del regime e ignorano le umiliazioni che lo stesso aveva subito dai gerarchi. Nel 1944 gli fu portato in casa Bruno Fanciullacci che era ferito. L’omicidio compiuto da quest’ultimo del filosofo Giovanni Gentile sollevò l’indignazione di Rosai che subito gli rinfacciò “Bella impresa uccidere un povero vecchio

Nel 19491950, Rosai aderisce al progetto della importante collezione Verzocchi, sul tema del lavoro, inviando, oltre ad un autoritratto, l’opera “I muratori”. La collezione Verzocchi è attualmente conservata presso la Pinacoteca Civica di Forlì. Negli anni cinquanta comincia a farsi conoscere in ambito internazionale, partecipando a rassegne in città come Zurigo, Parigi, Londra, Madrid. Un’esposizione organizzata a Firenze girerà poi nei musei di molte città tedesche.

A Firenze nel 1954 dipinse e donò gratuitamente, in seguito all’iniziativa del Comitato per l’estetica cittadina di rinnovare gli antichi tabernacoli in rovina con opere di artisti contemporanei, una Crocifissione, la quale testimonia il perdurare dell’interesse di Rosai per la tradizione tre-quattrocentesca toscana:Giotto e Masaccio sono ancora i punti di riferimento di un linguaggio che si è fatto tuttavia,con gli anni,sempre più aspro e scontroso,esasperando la propria radice espressionista. Rosai riduce ormai la pittura a un groviglio di segni brutali e adotta una cromia dai toni sordi e cupi, stravolgendo le fisionomie in maschere di un crudo primitivismo. Ciò che negli anni Venti e Trenta, gli anni di “Strapaese”, aveva significato per lui un recupero di semplicità, brutale sì, ma piena di sanguigno vigore, lascia il posto, nel dopoguerra, al desolato squallore di un universo pittorico che non sembra trovare sollievo neanche nella fede e mette in scena una sacra rappresentazione di raggelante forza espressiva.

A Venezia, in occasione della Biennale del 1956, viene allestita una grande retrospettiva della sua opera.

Nel 1957, mentre cura ad Ivrea l’allestimento di una sua personale, muore colto da infarto.

Ottone Rosai è ricordato anche come scrittore: le sue opere letterarie più significative sono: Il libro di un teppista (1919) in cui narra delle sue esperienze di guerra, Via Toscanella (1930), Dentro la guerra (1934) e Vecchio Autoritratto, (1951).

Di grande importanza per la conoscenza dell’uomo e dell’artista è la sua corrispondenza, pubblicata solo molti anni dopo la sua morte: Lettere 1914-1957 (1974).